venerdì 18 maggio 2018

"LA FRATTURA", nuovo libro di Agostino Spataro

                                                   

(Copertina promozione Amazon)
                                  
                                               Dedicato ad Aldo Moro e a Enrico Berlinguer
                                

Introduzione

La frattura, le fratture

1...              L’Occidente ha raggiunto, e in certi settori superato, il proprio limite naturale di espansione economica e di benessere sociale. Per mantenere l’esorbitante livello di consumi ricorre a politiche di rapina e a conflitti devastanti. Il frequente ricorso all’intervento militare non è un elemento di forza ma di debolezza, poiché denota una mancanza di valide ragioni politiche per tutelare i suoi legittimi interessi, nazionali e globali.  Per questi e altri motivi, lo scontro non sarà più fra Est ed Ovest, fra Nord e Sud, ma fra Occidente e resto del mondo.                                                                Questo lavoro ha uno scopo prevalentemente archivistico, ma vuole essere anche una testimonianza del travaglio che stiamo vivendo in questa lunga e confusa fase di transizione dal vecchio al nuovo or­dine internazionale.
Una fase opaca generatrice d’incomprensioni, di fratture e che, perdu­rando, diventa sempre più pericolosa. Proverò a raccontarla partendo da alcuni miei scritti ed esperienze vissute direttamente sul “campo”.
Ovviamente, muovendo dal punto di vista di una sinistra dispersa ma diffusa la quale, nonostante il crollo del 1989, cerca la via per conti­nuare la sua missione storica e politica, a difesa della pace, dei diritti delle classi lavoratrici e, in generale, dei popoli che più subiscono le conseguenze delle politiche del neoliberismo dominante. Un compito arduo che implica una diversa lettura della crisi del mondo e, in primo luogo, il superamento del madornale equivoco (?) di scambiare l’attuale globalizzazione neo liberista per quella, di là da venire, pro­pugnata dalle teorie socialiste d’ispirazione marxista.
I leader della sinistra europea agiscono in modo irrazionale, emozio­nale come se fossero sotto effetto della “sindrome di Stoccolma” ossia affascinati dai loro vincitori e sopraffattori.
A ben vedere, il neoliberismo continua a favorire l’accentramento delle risorse e delle ricchezze nella mani di pochi e sta, via via, emargi­nando, escludendo dai benefici dello sviluppo la gran parte dei ceti medio/ bassi e delle classi lavoratrici tradizionali e di nuova forma­zione.
Ha messo in moto un meccanismo perverso, stritolatore che produce ingiustizie e privilegi scandalosi.
Così operando le oligarchie neoliberiste, accecate dal profitto, non si accorgono di favorire la nascita di un nuovo proletariato, soprattutto urbano, e di amplissime aree di miseria, d’inoccupazione, di emigra­zione ossia i prodromi della loro rovina.
Dentro tali spazi e contraddizioni deve agire la sinistra autentica, alter­nativa, europea e mondiale, con un programma serio di riforme per il cambiamento. Pertanto, è necessario abbandonare ogni ambiguità e/o condotta servile verso il potere oligarchico delle banche e delle multi­nazionali e ricercare un’intesa, un’alleanza politica e programmatica con le forze sociali escluse e/o penalizzate. Compresi i ceti medi, pro­duttivi e intellettuali, anche quando, per reazione, si rifugiano in forme, talvolta scomposte, di nazionalismo. Fughe, tendenze da non demo-nizzare a priori, ma da analiz­zare per coglierne la carica propositiva,  per capirne i disagi e riconoscerne le giuste ragioni e giungere, quando possibile, ad accordi politici e di governo. Oggi, un sano nazionalismo, uno schietto popolarismo, se effettivamente democratici, costituiscono un baluardo resistenziale da non sottovalutare.

2...              Gli orizzonti della sinistra devono essere locali e globali, assumendo come riferimenti i bisogni e i diritti dei lavoratori e le prospettive di questa nostra umanità confusa, travagliata da divari inquietanti e da ingiustizie intollerabili. In primo luogo, dalla crescita tumultuosa, e sottovalutata, della popolazione mondiale (più che triplicata negli ultimi 70 anni) e dallo scandaloso accentramento della risorse e della ricchezza nelle mani di ristretti gruppi di potere economico e finanziario.
Contraddizioni che rendono difficile la vita per miliardi di esseri umani e incerto il futuro della convivenza civile, pacifica sul Pianeta.
Il neoliberismo, vincitore assoluto dello scontro con lo statalismo so­vietico, si sta dimostrando incapace di governare i processi da esso stesso generati.
L’attuale globalizzazione non è la prima nella storia ((altre ve ne sono state) ed è caratte­rizzata dal confronto fra due entità genericamente intese: Occidente e Oriente.
Uno strano Occidente, a geometria variabile (Usa, Europa cui viene associato il Giappone ossia l’estremo Oriente) che assomma 1,2 mld di abitanti e si definisce, prevalentemente, in base al Pil, configurandosi come un aggregato economico, militare e culturale piuttosto omo-geneo, con vaste sacche di povertà al suo interno.
Un Oriente, anch’esso genericamente inteso, dominato dalla triade Cina, India e Russia (gruppo dei Brics), ancora disaggregato e in via di sviluppo, e segnato da forti squilibri sociali interni, ma dotato di una forte carica competitiva e progettuale e di un potenziale umano dav­vero soverchiante (6,2 mld) con tanta voglia di affrancarsi dalle tristi condizioni di vita e di lavoro.
L’Occidente ha raggiunto il limite ossia il massimo grado di benessere possibile. Oltre il quale tutto diventa spreco, edonismo insostenibile per l’umanità e per il Pianeta.
Da qui si originano le tante fratture fra i diversi “mondi” che, se non sanate, potranno provocare conseguenze disastrose.
Molti si chiedono: l’Occidente dovrà ancora crescere in termini di svi­luppo o dovrà fermarsi, decrescere?
Al momento, le risposte sono il produttivismo, l’espansionismo com­merciale, i conflitti e le guerre per accaparrarsi le risorse strategiche esterne. Una corsa sfrenata, che mette a rischio la pace mondiale e l’equilibrio naturale. Una corsa che sembra dettata dalla paura che, alla fine del ciclo, l’Occidente non sarà più il principale protagonista della storia.

3...              Salvare la Terra, il nostro habitat naturale! Questo dovrebbe essere il primo obiettivo condiviso e, se necessario, imposto. Noi, uo­mini e donne, figli della Terra che ci nutre e del Sole che ci scalda, do­vremo rivendicare con più forza un “governo mondiale”, proporzio­nalmente rappresentativo dei popoli dei 5 continenti e dotato di poteri idonei e vincolanti, capace di programmare e attuare politiche di salva­guardia della biodiversità e di uso razionale delle risorse naturali e di una loro equa dis-tribuzione sociale e territoriale.
E, soprattutto, per far fronte alla grave “emergenza” della crescita in­controllata della popolazione mondiale passata dai 2,3 miliardi (mdl) di persone del 1950 agli attuali 7, 4 mld, che saranno 9,7 mld nel 2050. (fonti: Onu e Census Bureau Usa).
A tali dati bisognerebbe aggiungere 1 mld (stima per difetto) di “ani­mali da compagnia” (cani, gatti, ecc) che in fatto di consumi alimentari e servizi assistenziali sono equiparati a quelli umani.
La questione demografica, tuttora ampiamente sottovalutata, costituis­ce una delle principali minacce per l’equilibrio ecologico del pianeta, per la pace e per la sopravvivenza dell’umanità.
Nello squilibrio demografico si annida, infatti, la frattura più perico-losa fra Occidente e resto del mondo.
Ogni mattina, in questo nostro Pianeta si svegliano 7, 4 mld di persone che devono essere nutrite, vestite, istruite, curate, trasportate, occupate, ecc. Un drammatico risveglio per molti che devono districarsi in un contesto di forte disparità: fra la gran massa degli esseri umani che stenta ad accedere ai consumi primari e una striminzita minoranza che, va oltre il bisogno, e consuma beni non necessari e/o di lusso che, per altro, assorbono ingenti quantità di ri­sorse che la Terra stenta a fornire.
Com’è noto, gran parte di tali consumi si registrano nei paesi occiden­tali, a più alto reddito e a bassa natalità. Un privilegio che facilmente diventa fonte di “attrazione” per imponenti correnti migratorie prove­nienti dal resto del mondo, dove circa la metà dei suoi abitanti vive sotto la soglia di povertà e deve accontentarsi di un reddito com­plessivo di 426 mld di $, equivalente alla ricchezza detenuta dagli 8 uomini più ricchi del mondo. (fonte: Oxfam, 2018)

4...              Insomma, un mondo di miseria e d’ingiustizie sociali in cui sta “crescendo” una “bomba demografica” di cui poco si parla e pochissi­mo si fa per contenerla, per governarla. per disinnescarla.
E dire che già agli inizi degli anni ’50, l’eclettico filosofo e Lord in­glese Bertrand Russel mise in allarme i governi e l’opinione pubblica sulle conseguenze che tale crescita avrebbe potuto determinare.
"Il pericolo di una mancanza di cibo a livello mondiale può essere evitato per un certo periodo con il miglioramento della tecniche agricole. Tuttavia, se la popolazione continua ad aumentare al ritmo attuale, tali miglioramenti non possono, a lungo andare, essere sufficienti. Si creeranno così due gruppi, uno povero con una popolazione crescente, l'altro ricco con una popolazione stazionaria. Una simile situazione non può che condurci verso una guerra mondiale. Attualmente, la popolazione del mondo sta crescendo di circa 58.000 unità al giorno. Fino ad oggi le guerre non hanno prodotto un effetto considerevole su questo aumento, che è continuato per tutto il periodo delle guerre mondiali ... Da questo punto di vista le guerre fino ad ora sono state una delusione ... ma, forse, la guerra batteriologica può dimostrarsi efficace. Se una Peste Nera potesse diffondersi in tutto il mondo una volta in ogni generazione, allora i sopravvissuti potreb-bero procreare liberamente senza rendere il mondo troppo affollato. La cosa potrebbe essere spiacevole, e allora?"  (B. Russell- “Impact of Science on Society”, 1951).
Non c’è che dire: un cinismo da lord inglese! In linea con un certo filone del “pensiero anglosas-sone” ancora infar­cito di arroganza e supponenza e supportato da idee e sodalizi che si rifanno alla visione imperiale della Gran Bretagna.
Sul finire della sua lunga vita, Russel cercò di far dimenticare questa stagione proponendosi come profeta di pace e addirittura di giudice delle nefandezze belliche creando il famoso “Tribunale Russel”, in coppia con il filosofo comunista J.P. Sartre.  Meglio tardi che mai!

5...              Nel periodo a cavallo fra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, tali preoccupazioni furono riproposte, ma con un approccio assai diverso, da un illustre manager italiano, Aurelio Peccei, fondatore del “Club di Roma” un sodalizio di grande prestigio internazionale che intra­prese, con successo, una serie di “studi sul futuro”.
(http://www.treccani.it/enciclopedia/aurelio-peccei)
Peccei, partigiano combattente e perseguitato, era “uomo della Fiat” e membro di vari club internazionali (fra cui la “Trilaterale dei Rocke­feller), tuttavia le sue idee fecero presa anche nell’ambito della sini­stra e del nascente ambientalismo italiano ed europeo.
Il suo libro “I limiti dello sviluppo” divenne per molti di noi un’opera di riferimento. Ciò anche a dimostrazione che di fronte a idee buone e giuste cadono i pregiudizi e gli steccati ideologici.
Alla base c’erano dati statistici, proiezioni attendibili, ipotesi di prog­rammi innovativi, nel rispetto della dignità umana e della vita del Pianeta. C’era, soprattutto, un ragionamento logico, ispirato da un umanitarismo razionale, che metteva sull’avviso i “decisori” e le opi­nioni pubbliche sui pericoli che l’umanità stava correndo a causa del superamento dei limiti naturali dello sviluppo.
Peccei vendette decine di milioni di copie di quel libro, ma dopo la sua precoce morte sarà dimenticato da tutti: dai potenti della Terra e dai tanti suoi seguaci ambientalisti. Semplicemente rimosso!
Probabilmente, i suoi studi, i suoi libri furono considerati ostativi di un certo di tipo di sviluppo, che dilagò dopo ’89 e di cui si stanno scontando le conseguenze.
Succede, specie alla gente onesta intellettualmente, ai veri filantropi. Figure sempre più rare nel panorama internazionale.
Nemmeno certa “sinistra” si ricorda di questo autentico filantropo ita­liano, avendo preferito “adottare” quale novello “benefattore dell’umanità” George Soros, un finanziere d’assalto, il quale, dopo avere inflitto colpi durissimi alle finanze e alle economie di tanti Paesi (Italia com­presa), vorrebbe salvarli con la sua “carità pelosa”, con finanziamenti ad ambigui personaggi, organismi e movimenti che si ritrovano in molte situazioni di crisi e/o che sono essi stessi fattori di crisi.

6...              Purtroppo, la realtà attuale conferma le previsioni di Russel e di Peccei. Il Pianeta sembra avviato verso una terrificante prospettiva: aumentano l’inquinamento dei mari, del cielo e della Terra, la produ­zione e la diffusione di armi di distruzione di massa (specie chimiche e batteriologiche) e- come detto- le disparità sociali.
Quando ricchezza e povertà crescono insieme non c’è da stare allegri!.
È in atto un attacco durissimo allo stato sociale, ai bilanci della sanità, della scuola pubblica, delle pensioni e alle politiche di assistenza in genere. Invece d'includere si escludono masse crescenti d’inoccupati, di neo-poveri, d’indigenti… tutta “carne da macello” destinata alla di­sperazione, alla malavita, all’emigrazione.
Tutto ciò è assurdo. Non si sa che cosa pensare.
Come se al vertice del potere mondiale si fosse insediata una perfida genìa, una sorta di “governo profondo” detentore di un potere immenso (finanziario, commerciale, tecnologico, mediatico, politico), ai più in­cognito ed esercitato al di fuori di ogni controllo democratico, che agi­sce in nome del neo-liberismo trionfante.
In realtà, si tratta di una degenerazione evidente del capitalismo pro­duttore, di un’oligarchia che vuole irreggimentare l’umanità dopo averla deprivata dei suoi beni e diritti.
Per realizzare tali obiettivi ricorre alla guerra, alla corruzione, al terro­rismo, alla divisione fra i popoli, delle società nazionali; ripudia la pace e la solidarietà fra gli uomini e l’armonia fra essi e la Natura.
Vivere, sopravvivere sono divenuti fattori negativi.
Le grandi istituzioni finanziarie internazionali (Fmi, Banca mondiale), le agenzie di rating, ispiratrici di tali politiche, hanno indicato, a chiare lettere, l'innalzamento della vita media delle persone fra le cause della crisi attuale.
Per lor signori, oggi, si vive troppo a lungo. Anche il diritto alla vita umana si assottiglia. L'aumento delle speranze di vita non è salutato come un progresso sociale, ma visto come una remora per lo sviluppo.
Sviluppo? Semmai crescita continua, senza limiti, volumetrica e senza qualità, imposta dalle multinazionali che stanno impoverendo le masse popolari e avvelenando la Terra, gli oceani, la biosfera.
Questo non è sviluppo, ma solo disumano cinismo di “grandi vecchi” asserragliati al comando della finanza e dell’economia che genera odio e nuove fratture. Che altro dire?
Quando si auspica la morte delle persone (domani si potrà anche pro­curare) per "recuperare" quote di spesa sociale da destinare all’accumulazione e alla speculazione private, vuol dire porsi al di fuori di qualsiasi concezione umana ed economica razionale, anche moderata e classista, per entrare in una visione “liberal - nazista” del governo delle società.

7...              La parola d’ordine è produrre e consumare. Soprattutto beni di lusso e nuovi, terrificanti sistemi d’arma, per alimentare vecchi conflitti e scatenarne di nuovi, per impinguare il lucroso mercato delle armi, l’unico che non conosce crisi, insieme a quello delle droghe. 
Armi e droghe: il binomio “vincente”.
I sedicenti “potenti della Terra” hanno bisogno della guerra come dell’aria per respirare!
Tali politiche hanno creato la più grande frattura sociale e morale, una disarticolazione degli equilibri sociali e rafforzato i nuovi assetti dei poteri globali che dominano il mondo.
Altre fratture sono in atto in varie parti del pianeta (anche all’interno dei paesi più ricchi) fra l’Occi-dente, oggi unificato sotto le insegne di un neo-liberismo aggressivo e impenitente, e talune grandi aree geopo­litiche povere e/o in via di sviluppo quali: America latina, Africa, Asia del sud-est, ecc.
Particolarmente preoccupante appare la frattura provocata nell’area mediorientale e del Mediterraneo (regione Mena), dove convergono le propaggini di tre continenti (Africa, Asia ed Europa) che hanno dato vita a culture diverse e feconde, a storie e a civiltà grandiose.
Vale la pena concentrare l’attenzione su tale frattura perché è la più grave e, a noi, più vicina, dove le guerre, i terrorismi rendono difficili le condizioni di vita e di lavoro delle popolazioni civili, vittime di ec­cidi e di malattie, e pertanto indotte alla fuga, all’esodo, a centinaia di milioni tra profughi e migranti.
Ormai da svariati decenni non c’è pace per i popoli del Mediterraneo e del vicino Oriente!
Gli arabi hanno diritto alla pace, al progresso, alla democrazia, alla lai­cità, alla libertà. E in primo luogo il popolo martire di Palestina. In ciò si dovrà sostanziare la solidarietà della comunità internazionale. Biso­gna cambiare l’approccio ai problemi di quest’area fondamentale del mondo, dove per altro sono “immerse” l’Italia e parte dell’Europa, e lavorare per capovolgere la prospettiva politica: dal conflitto alla coo­perazione. Si può fare.
A condizione di liberare il campo da ogni ingerenza esterna e di riav­viare il dialogo fra i popoli e gli Stati della regione. Arabi, europei, africani insieme per risolvere la “questione”, all’insegna della interdi­pendenza economica, non autarchica, mediante un fecondo dialogo di pace mirato a conseguire un progresso diffuso e condiviso e creare un nuovo polo dello sviluppo mondiale. Spostando verso Sud l’asse dello sviluppo europeo, verso il Mediterraneo che deve ridiventare, nella le­galità, un’area di benessere condiviso, un mare di pace, di solidarietà, di scambi economici e di risorse naturali e tecnologiche. Fulcro di una nuova civiltà multietnica e multiculturale, laica e democratica.
Questa è la sfida del secolo, il punto politico dirimente purtroppo osteggiato dalle vecchie e dalle nuove superpotenze!


Agostino Spataro alla presentazione di un suo libro a Città del Messico, Nov. 2016.



INDICE

PRIMA PARTE 
                                                                           
Introduzione- La frattura, le fratture                                                      pag. 1
Cap. I - Medio Oriente: la frattura più grande                                      pag. 19
Cap. II - Palestinesi: lo Stato negato                                                        pag. 83
Cap. III- Importare il “terzo mondo nel “primo”                                 pag. 119
Cap. V- Corruzione e terrore: i due pilastri del potere globale            pag. 139
Cap. V- Euro-Russia: terzo polo dello sviluppo mondiale                    pag. 179                                Cap. VI- Italia in “svendita”?                                                                  pag.203
Cap. VII- L’Est europeo nella UE: integrazione o annessione?            pag.243
Cap. VIII- America del Sud: la via giudiziaria al neoliberismo?         pag. 265

SECONDA PARTE                                                                                    

Relazioni                                                                                                    pag. 295
“Escenarios actuales de los gobiernos progresistas en America Latina. Fin de ciclo?
Coloquio internacional, Puebla (Messico)
- “Il Mediterraneo e l’Europa orientale”-  Seminario Università Szeged (Ungheria)
- “Il processo di mondializzazione dell’economia” - Conferenza CIES, Caltanissetta.
- “Arabi ed europei verso una comunità mediterranea” - Università euro-araba, Gardaia (Algeria)
- “L’alleanza per il progresso del Mediterraneo”- 13th Meeting of the new european left forum” , Atene,.

Dossier di documentazione                                                                      pag. 347
- La questione Palestinese e l’Italia
- Immigrazione: accoglienza nella legalità
- Comiso: una battaglia vinta

(In copertina: marines Usa all’assalto della Ziqqurat di Ur durante l’aggressione all’Iraq. Il monumento, eretto intorno al 2000 a.C, era uno fra i più importanti della civiltà sumera. Consacrato al Dio Luna, simboleggiava l’unione cosmica tra Terra e Cielo, tra uomini e dei. (Foto da Google.)

Informazione del libro

ISBN : 9788892344754
Anno pubblicazione : 2018 - Formato : 15x23
Foliazione : 408 pagine- prezzo: euro 23,50

In vendita presso: Feltrinelli, Amazon, Ibs, MioLibro, Libreria universitaria, ecc.


mercoledì 16 maggio 2018

Massacri in Palestina: LA SPADA D'ISRAELE : l'urlo di Gideon Levy contro la strage del silenzio.


Una manifestazione palestinese al confine tra Israele e la Striscia di Gaza, il 14 maggio 2018.

La spada di Israele

Sono giorni di grandi successi per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, per la destra e per i nazionalisti. Questi sono giorni di vittoria per il loro percorso, quello della forza, e della loro fede, quella negli eletti che possono fare tutto ciò che vogliono.
L’Iran è stato pubblicamente umiliato, i palestinesi sono stati schiacciati e il 14 maggio sono stati calpestati in pompa magna e con tanto di cerimoniale mentre l’ambasciata statunitense veniva aperta a Gerusalemme. Gaza è assediata e Israele festeggia. Il 14 maggio, giorno del trasferimento dell’ambasciata, molti innocenti sono stati uccisi a Gaza e in Cisgiordania; il giorno dopo, memoria della nakba, la catastrofe palestinese, molti altri moriranno.
Ecco un breve riassunto della vittoria israeliana: cumuli di corpi palestinesi, dei quali il mondo ha smesso di interessarsi, un assedio a Gaza che non importa a nessuno, le basi iraniane bombardate senza alcuna reazione, l’Iran sotto sanzioni e un’ambasciata statunitense a Gerusalemme che è un regalo per l’occupante e uno schiaffo in faccia agli occupati. Ci sono buone ragioni per le gioiose grida di vittoria in Israele.
Profezie a vuoto
Prima i coloni hanno vinto e deciso il destino dello stato e del governo; poi il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha vinto e ha concesso a Israele il permesso di fare qualsiasi cosa volesse; e ora Netanyahu è stato dichiarato il grande vincitore. Questi sono i giorni della vittoria della sua dottrina e del suo Israele.
Dovremmo ammetterlo. Le profezie di sventura – che un giorno tutto questo ci esploderà in faccia; gli ammonimenti sul fatto che l’occupazione non durerà per sempre; e gli avvertimenti che Israele non può vivere solo con la sua spada e che l’Iran è molto pericoloso – finora hanno dimostrato di essere false. Niente è esploso, la vita con la spada in mano ha dato i suoi frutti, la fine dell’occupazione è sempre più lontana e la stessa cosa per il governo di destra.
L’ARTICOLO CONTINUA DOPO LA PUBBLICITÀ
Questa previsione deprimente è la più ottimistica. L’alternativa è la guerra con l’Iran, Hezbollah e Hamas e chissà chi altro. È così quando non ci sono alternative, idee e leadership. Sparare ai manifestanti a Gaza e assedio perpetuo? Tutti d’accordo. Annullare l’accordo con l’Iran e bombardare in Siria? Tutti applaudono. E quasi tutti festeggiano il trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme. Oggi gli Stati Uniti dicono ai palestinesi che non gli importa più del loro destino, che ai loro occhi non hanno diritti, che la soluzione dei due stati è morta. All’Iran, Washington ha detto: Netanyahu aveva ragione. L’accordo è pessimo e dovrebbe essere abolito. Due regali gratis per Israele.
Sono risultati terribili. Dimostrano a Israele che la forza paga, che non c’è bisogno di considerare l’altro, che qui il diritto internazionale non si applica. Il 13 maggio Israele ha celebrato il giorno in cui Gerusalemme Est è stata conquistata e il 14 maggio celebrerà la sua continuazione. Due parate si svolgeranno l’una dopo l’altra, la prima israeliana e la seconda statunitense, e sono entrambe arroganti e aggressive. Spostare l’ambasciata schiacciando ciò che resta della dignità dei palestinesi è un chiaro segnale degli Stati Uniti per Israele: continuate a uccidere, a schiacciare e ignorare i loro diritti. L’America non solo permette, arma e finanzia tutto questo, ma perfino lo incoraggia.
Lo spostamento dell’ambasciata è un motivo di festa solo per la destra. Tutti gli altri, una minoranza trascurabile, dovrebbero piangere questo passo unilaterale. Lo stesso vale per i bombardamenti in Siria, che un tweet ha definito con entusiasmo un “concerto”. Una linea diretta collega la mossa dell’ambasciata, l’uscita dall’accordo con l’Iran e gli attentati in Siria: prima Israele. Solo Israele.
L’ARTICOLO CONTINUA DOPO LA PUBBLICITÀ
E qual è l’alternativa? Non è stata nemmeno discussa. Invece di aprire un’ambasciata statunitense a Gerusalemme, che è in parte occupata, si potrebbero stabilire due ambasciate nella città. Invece di massacrare i manifestanti a Gaza, si potrebbe rispondere ai segnali di Hamas e raggiungere un accordo per rimuovere il blocco; invece di abbandonare l’accordo con l’Iran, si potrebbe mantenerlo con l’incoraggiamento di Israele; e invece di bombardare le basi iraniane, si potrebbe cercare di dialogare con l’Iran, direttamente o indirettamente. Non è così eccitante come bombardare né come esibire un mucchio di fascicoli sull’Iran. Ma queste potevano essere le vere vittorie di Israele.
(Traduzione di Stefania Mascetti)
Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano israeliano Haaretz.
https://www.internazionale.it/opinione/gideon-levy/2018/05/14/israele-gaza-scontri-ambasciata

lunedì 30 aprile 2018

Budapest: l'on. Agostino Spataro ricevuto nelle Ambasciate di Argentina e di Palestina

Copertina Edizione Amazon ebook
http://www.repubblica.it/venerdi/articoli/2016/05/25/news/da_palermo_a_palermo_il_tour_di_borges_funebre_e_buffo-140592616/ 

L'on.Agostino Spataro, già membro delle commissioni Affari Esteri e Difesa della Camera dei Deputati, é stato ricevuto il 26 aprile 2018 presso l'Ambasciata della Repubblica Argentina a Budapest dal Signor ambasciatore Maximiliano Gregorio Cernadas (alla presenza dell'attaché signora Alejandra Butti) per un cordiale incontro di cortesia.
L'on. Spataro, che segue da anni e con vivo interesse, mediante viaggi ed articoli, l'evoluzione della realtà argentina ha donato, e illustrato, al Signor Ambasciatore il suo libro "Borges nella Sicilia del mito"- Intervista con Maria Kodama -", un tributo in onore del grande scrittore argentino pubblicato in occasione del 30 ° anniversario della morte avvenuta a Ginevra nel 1986.
Nel libro si raccontano, soprattutto attraverso la parole di Maria Kodama che l'accompagnava , gli aneddoti, le sensazioni e le belle disavventure capitate durante il memorabile viaggio di Jorge Luis Borges in Sicilia nel 1984.

Maria Kodama e Agostino Spataro durante l'intervista all'aeroporto di Buenos Aires


Brano dell'intervista pubblicata in "La Repubblica" del 26/10/2010 : "Il nome di Palermo gli ricordava (a Borges n.d.a.) il suo amato barrio natale, nel quale visse la sua infanzia, dove- come scrive in  "Fundacion mitica di Buenos Aires"- é nata la città. Per Borges, Buenos Aires non nacque a la Boca, ma a Palermo..." 
Anche sulla questione del nome di Palermo dato a questo celebre barrio portegno, ormai la contro-versia sembra essere chiarita: "come anche da noi accertato la Palermo di Buenos Aires prese il nome da Juan Dominguez, uomo d'affari di Palermo che nel 1582 si trasferì dalla Sicilia sulle rive del rio de La Plata..." 





Il 27 aprile 2018, su invito della Signora Maria Antoinette Sedin, ambasciatrice di Palestina, l'on. Spataro, da lungo tempo sostenitore a livello politico e parlamentare della giusta Causa della liberazione del popolo palestinese per la creazione di uno Stato sovrano e riconosciuto dalla comunità internazionale, si é recato presso l'ambasciata di Budapest per donare il suo libro "L'Islam politique - Des origines à Ben Laden",  edizione in francese del suo: "Fondamentalismo islamico, dalle origini a Bin Laden", pubblicato in Italia da "Editori Riuniti" e distribuito da:  (//www.lafeltrinelli.it/fcom/it/home/pages/catalogo/searchresults.html? rkw=Agostino+Spataro+Il+fondamentalismo+islamico+Dalle+origini+a+Bin+Laden+Arafat&cat1=1&prm=&type=1)

Il libro si apre con una pregevole prefazione del Presidente Yasser Arafat da cui é tratto il seguente brano: "E' per questo che apprezzo lo sforzo ammirevole di Agostino Spataro, amico di lunga data del popolo palestinese e conoscitore del mondo arabo, che é riuscito a rendere nei suoi termini oggettivi e storici il lungo e difficile confronto culturale e religioso in corso nelle società musulmane, dando la parola innanzitutto agli arabi ossia ai protagonisti reali di questo dibattito che - lo speriamo- sarà propedeutico per un nuovo futuro di pace e di prosperità..."

lunedì 26 marzo 2018

SULL'ORLO DELLA VERITA ?


CHI FU VERAMENTE GIUDA ISCARIOTA: UN TRADITORE O LO SPECCHIO DI GESU?


                                 (foto da Google)


di Agostino Spataro de Italia (*)

... Per identificare Gesù, un predicatore famosissimo che parlava e operava miracoli davanti a migliaia di persone, non era necessario che Giuda lo indicasse (col famoso bacio) agli sgherri venuti ad arrestarlo…

1… Nei prossimi giorni, i riti della "via crucis" rievocheranno il sacrificio del Cristo e il dramma umano di Giuda, suo apostolo, che secondo i canoni ecclesiastici e la tradizione popolare fu il traditore di Gesù. Traditore per antonomasia, si potrebbe dire. Giacché  il nome dell'iscariota è divenuto sinonimo del più vile misfatto.
Nelle culture retrograde e/o infarcite d’illegalità, talvolta viene assunto in maniera estensiva per bollare di "tradimento" perfino un atto di dovere civico e/o di dissociazione dal male. 
"Giuda", infatti, può essere anche colui che denuncia un reato, un abuso, un "pentito" di mafia, un politico che si allontana da un capo corrotto, ecc. In questo caso, attribuendo, indirettamente, un ruolo, addirittura, divino a un malvivente. 
Ma Giuda fu veramente un traditore o lo specchio di Gesù?
Al terribile dilemma cerca di rispondere il teologo svedese Nils Runeberg  (inventato da Jorge Luis Borges in “Finzioni”, Einaudi, 2004), il quale, nel suo libro “Kristus och Judas”, degli inizi del 1904, s’incaricò di dare una risposta, coraggiosa quanto scandalosa, propendendo per il secondo attributo. Una questione complessa che il celebre scrittore argentino pone al centro del suo saggio, un po' presago, giungendo, addirittura, ad asserire che "non una sola, ma tutte le cose che la tradizione attribuisce a Giuda Iscariota sono false".
Com'era prevedibile, Runeberg - che Borges assicura essere "profondamente religioso " e membro dell'Unione evangelica nazionale- sarà sconfessato e bollato d'eresia dai rappresentanti di tutte le confessioni cristiane che consideravano intollerabili le sue teorie.
Giuda fu condannato alla dannazione eterna o può essere “recuperato”?
Anche su tale interrogativo il dibattito è aperto all’interno della Chiesa. Nel dicembre 2016, un altro eminente argentino, Papa Francesco, parlando di Giuda non lo ha definito “traditore”, dannato, ma “una pecora smarrita”, una sorta di fratello confuso: “Poveretto! Poveretto questo fratello Giuda come lo chiamava don Mazzolari, in quel sermone tanto bello: “Fratello Giuda, cosa succede nel tuo cuore?”   
(in: https://w2.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2016/documents/papa-francesco-cotidie_20161206_giuda-e-pecora-smarrita.html)

2… Probabilmente, Runeberg/Borges giunse sull'orlo della verità e da lì discese- come fanno in pochi- nell'abisso dove vanno a morire le verità più temibili, inconfessabili.
E qui mi fermo, poiché su tali, intricate questioni non intendo addentrarmi per incompetenza, e perché non desidero parteggiare per l'una tesi o per l'altra, entrambe frutto della finzione, della fervida immaginazione di Borges. 
Da lettore del saggio borgesiano, segnalo soltanto alcuni spunti che, se non altro, hanno il merito di conferire dignità intellettuale a una visione inedita che, andando controcorrente, ha osato sfidare l'anatema. 
Pur con il rispetto dovuto al genuino sentimento di religiosità popolare, l'argomento, per nulla blasfemo, merita considerazione quantomeno per l'attualità acquisita dopo la pubblicazione, nel 2005, da parte di National Geographic, del cosiddetto "Vangelo di Giuda " ossia la traduzione del papiro, in lingua coopta, ritrovato in Egitto negli anni '70.
Ma cerchiamo di seguire il ragionamento del (finto) teologo svedese il quale, incalzato da diverse,    convergenti condanne d'eresia, fu costretto a riscrivere il libro per ben tre volte, senza tuttavia abiurare alla sua tesi di fondo.
In primis, egli rileva "la superfluità" del tradimento di Giuda, poiché per identificare Gesù, un predicatore famosissimo che parlava e operava miracoli davanti a migliaia di persone, non era necessario che un apostolo lo indicasse (col famoso bacio) agli sgherri venuti ad arrestarlo.  Osservazione logica che non fa una grinza. Tuttavia- prosegue Runeberg/Borges - il fatto è accaduto e non fu dovuto a mera causalità (inammissibile nella Scrittura), ma " fu cosa prestabilita, e che ebbe il suo luogo misterioso nell'economia della redenzione".

3…  La tesi che giustifica l'incomprensibile accadimento è quella che, il Verbo, incarnandosi, "passò dall'eternità alla storia, dalla felicità senza limiti alla mutazione e alla morte e che per rispondere a tanto sacrificio era necessario che un uomo, in rappresentanza di tutti gli uomini, facesse un sacrificio condegno".
Ecco, dunque, chiarito l'enigma di Giuda Iscariota che l’autore così spiega: egli fu l'unico, tra gli apostoli, a intuire la tremenda missione di Gesù e, da buon discepolo, decise di tradire il suo Maes-tro, abbassandosi alla condizione di delatore e incassando i trenta denari, il prezzo del tradimento, per annichilirsi a livello del peggiore malfattore e così meritarsi la più grande riprovazione.     
Giuda "agì con gigantesca umiltà; si stimò indegno d'esser buono, mortificò il suo spirito. Premeditò con lucidità terribile le sue colpe e scelse quelle cui non visita alcuna virtù: l'abuso di fiducia e la delazione. Giuda cercò l'inferno, perché la felicità del Signore gli bastava. Pensò che la felicità, come il bene, è un attributo divino, che non debbono usurpare gli uomini ".
Runeberg/Borges estremizzò la sua visione fino a identificare Giuda come specchio di Cristo. Per quanto possa apparire assurda, la riportiamo, in estrema sintesi e sulla base del racconto che ne fa Borges: “Dio, per salvarci, avrebbe potuto scegliere uno qualunque dei destini che tramano la perplessa rete della storia; avrebbe potuto essere Alessandro o Pitagora o Rurik o Gesù; scelse un destino infimo: fu Giuda".
Giuda, dunque, l'incompreso, il Dio sconosciuto. Non a caso il libro di Runeberg si apre con una epigrafe, da Borges definita "perfida", che altro non è che un versetto del Vangelo di Giovanni: "Nel mondo era, e il mondo fu fatto per lui, e il mondo non lo conobbe".
(Agostino Spataro)

(*)Tratto da un articolo pubblicato in un periodico argentino:                                                                                       http://palermotour.com.ar/Noticias_2010/noticia_227_judas.htm
                  
PS. Quando non diversamente indicato, i brani virgolettati sono da attribuire alla citata opera di J.L. Borges. 














venerdì 23 marzo 2018

"IL PRIMO DEI NON ELETTI", di Agostino Spataro


(Dopo gli eletti restano in attesa, speranzosi o rancorosi, i primi dei non eletti! Una libera interpretazione di fatti realmente accaduti.)

Il primo dei non eletti*

1…  Tempo di elezioni, di vittorie e di sconfitte, anche personali, tuttavia con meno strascichi, ansie che, vigendo il vecchio sistema pro­porzionale, coinvolgevano gli eletti e i non eletti: i primi perché teme­vano una morte subitanea e i secondi perché, intimamente, si augura­vano ciò che i primi temevano.
Oggi, con i collegi uninominali, questo problema non sussiste: in caso di vacanza del collegio non è previsto il subentro ma é indetta una nuova elezione.
Onestamente, bisogna dire che molti dei “non-eletti” presto si rasse­gnavano e rientravano nell’anonimato. Solo taluni, nei casi più contro­versi, ricorrevano all’Ufficio centrale elettorale o addirittura alle vie legali per ottenere una sentenza riparatrice che non giungeva mai o solo qualche mese prima della scadenza del mandato.
C’era, invece, chi preferiva aspettare…
Attendere gli eventi, talvolta imprevedibili e funesti, confidando nella giustizia divina visto che in quella terrena non c’era molto da spe­rare.
Con quali esiti? Questa storiella, realmente accaduta non tanto tempo fa, è rivelatrice del clima di apprensione, se non di vero e proprio ter­rore, che regnava fra gli eletti nella lista della Democrazia Cristiana per la circoscrizione della Sicilia occidentale.

2…  “Murì, murì! Improvvisamente, stamattina”
“Cu è, cu è ca murì?”
“Giuvanni, Giovanni Fatta”
“Mischinu! E chi ci vinni? Comu fu?”
Quella mattina, c’era molta agitazione davanti alla buvette di Monte­citorio, dove un gruppetto di deputati siciliani stavano commentando, concitati, l’inattesa dipartita dell’on. Giovanni Fatta, deputato democri­stiano di Trapani. Uomo politicamente schivo, quasi muto in Parla­mento. Nessuno sapeva da chi e per quali meriti politici fosse sempre eletto in quella circoscrizione. S’intuiva, si sospettava, ma non si po­teva dire…
Intanto, Giovannino, mutu mutu, si era fatto tre legislature.
La notizia l’aveva portata l’on. Ginesio, democristiano, eletto nella stessa circoscrizione del deputato defunto.
Sopraggiunse un nugolo di giornalisti armati di registratori che fecero cessare, di colpo, quel ronzio di anime in pena. Gli onorevoli si chiu­sero in un terreo silenzio, visibilmente tesi.
Come presto vedremo, ne avevano ben donde.
Soltanto l’on. Ginesio non si dava pace, continuava ad agitarsi.
L’udii sbottare: “Qui c’è la mano di quello …Colpisce ancora stu disgraziatu. A tradimentu.”
Morte, tradimento? Si pensò a una terribile congiura. L’uditorio rag­gelò.
“Quello chi, chi? Il cancro…?” - chiese qualcuno.
“No. Quell’essere spregevole è peggio del cancro”
Peggio del cancro? E chi mai poteva essere quell’individuo dotato di poteri più micidiali della malattia del secolo? Se non…
Tutti capirono a chi stesse alludendo Ginesio, chi fosse il maligno. Tuttavia, nessuno osò pronunciarne il nome. Non per omertà, come vorrebbe una certa vulgata applicata alla morale dei siciliani, ma per la fottuta paura d’incappare nel raggio dell’azione malefica dell’Innomi­nato.
Confesso che a me, eletto in altra lista e pertanto fuori della portata del raggio d’azione del maligno, quelle bocche serrate, quei visi stravolti procurarono un intimo diletto. Erano soltanto vittime di una forma acuta di scaramanzia.
Perciò, stuzzicai Ginesio a rivelare l’abietto nome: “Ma quello chi?”
“Chi! Chi! E non si capisce chi può essere. Sulu iddru nn’è capaci… quel iettatore di Binidittu.”
Sbottò Ginesio con due occhi di fuoco straripanti dalle orbite.

3…  Benedetto Casello, era questo il nome del seminatore di morte e di sciagure. Per tre volte primo dei non eletti, era subentrato alla Ca­mera a seguito del decesso di un deputato in carica.
Sulla sua strada erano caduti due notabili di rango ministeriale, mentre nella precedente legislatura se n’era andato, a meno di due mesi dall’insediamento, l’on. Colavolpe, in odor di mafia e ras della Dc nissena.
Ricordo il suo rientro. Ai primi di settembre, Benedetto lasciò la fossa dei non-eletti, comprò un abito nuovo e si presentò a Montecitorio col suo portamento falsa­mente dimesso e il sorriso malfermo stampato sul volto abbronzato, da sanguigno prevosto di campagna.
Richiesto di un commento diede una risposta raggelante: “U Signori u vonsi e su chiamà…a me ha concesso il tempo di godermi, in santa pace, le vacanze estive.”
Nella casella trovò un telegramma a firma dell’on. Della Loggia, de­cano dei parlamentari dc siciliani, che ringraziava il neo-arrivato per “la scelta oculata”.
Nonostante le tre legislature, la posizione politica di Benedetto restava sempre precaria e incerta la sua futura elezione. Nella campagna eletto­rale nessuno dei suoi colleghi di lista (sbagliando) desiderava appaiarsi con lui. Correva da solo, con l’appoggio di alcuni settori di un sinda­cato cattolico.
Qualsiasi combinazione gli era preclusa: non entrava in alcuna qua­terna, terna e, meno ancora, in ambi. Non stiamo parlando del gioco del lotto, ma di metodi efficacissimi per la ricerca delle preferenze. Solo e segnato col marchio di iettatore, non venne mai eletto in prima battuta.
L’ultima volta la sua stella si era ancor più oscurata; era precipitato al quarto posto della graduatoria dei non eletti. Per rientrare occorrevano ben quattro decessi. Una vera ecatombe!
Con tale pedigrée, era inevitabile che il suon nome divenisse sinonimo di seminatore di morte e di sciagure. Come uno spirito funesto che si placava soltanto dopo la riconquista di uno scanno a Montecitorio.
Effettivamente, nelle legislature considerate, dopo il suo rientro non era morto nessuno degli eletti della circoscrizione.

4…  “Dietro ogni disgrazia c’è lui, ne sono sicuro.”, riprese Ginesio che pareva essersi affrancato dal terrore.
“Per l’amor di Dio, lasciatelo in pace, non lo nominate”, suggerì l’on. Giacomino Arnone, andreottiano, il quale, essendo comprovinciale di Benedetto, più di altri temeva per se stesso.
Ginesio non lo stette a sentire. Era già passato sotto gli influssi male­fici di Benedetto che una brutta “botta” gliela aveva già inviato. Se l’era cavata per miracolo della Madonna delle Catene, protettrice di Porto Empedocle, suo paese natale, della quale era fervente devoto.
“Se sono ancora vivo lo debbo a questa santa Vergine che porto sem­pre con me.” Estrasse dal taschino la piccola immagine e la baciò.
Che cosa era successo?
Mesi prima, durante un dibattito in Aula, Ginesio stramazzò a terra colpito da un infarto violento, improvviso del quale non aveva mai av­vertito alcun segnale premonitore.
L’on. Lello Ruino, il quale essendo medico fu il primo a soccorrerlo nell’Aula, ci raccontò che mentre gli infermieri lo trasportavano in ba­rella, Ginesio, ancora in stato d’incoscienza, ebbe la forza di escla­mare: “Quel disonorato di Binidittu fu. L’ho visto stamattina e mi ha fatto un sorrisetto perfido…”
A dispetto della triste nomea, Benedetto sembrava, almeno così si at­teggiava, una persona mite, pia, scherzosa, paziente e talvolta perfino banale.
Parlava sempre di amicizia e di pace, di Dio e della famiglia che erano i capisaldi della sua concezione morale e politica.
A volte incrociava le braccia al petto, chiudeva le mani in segno di preghiera, come un monsignore durante l’omelia.

5…  Di bassa statura, il suo aspetto attempato non incuteva paura, anzi rassicurava, ispirava fiducia. Non c’è che dire: un simulatore per­fetto.
Tuttavia, quelle morti pesavano e contribuivano a consolidare la sua fama di iettatore cinico, vendicativo, inesorabile. Tanto più che dalla sua aveva anche la fortuna.
Era uno dei pochissimi deputati che viaggiava in treno. Non si capì mai se per prudenza o per spilorceria. Anni prima, il treno sul quale viag­giava alla volta di Roma, giunto nelle Calabrie deragliò. La gran parte dei vagoni finì in un burrone, provocando alcuni morti e tanti feriti. Soltanto gli ultimi tre vagoni non precipitarono. Benedetto si trovava su quello rimasto in bilico, sull’orlo del burrone.
L’episodio fu rubricato come ulteriore prova della sua buona stella.
Quando, raramente, prenotava un posto in aereo, i suoi colleghi face­vano carte false pur di viaggiare sullo stesso volo.
Con lui a bordo non c’era migliore assicurazione.
Ricordo che una sera, non potendo prendere un aereo di linea a causa di uno sciopero dei controllori di volo, il governo apprestò alcuni aerei militari per consentire il rientro a casa dei parlamentari.
Le condizioni meteo erano piuttosto cattive. Molti erano incerti se par­tire o restare a Roma in attesa che terminasse l’agitazione sindacale.
“E poi - disse qualcuno - con questi aerei militari che cadono…”
Meglio aspettare, restare a Roma.
Benedetto, che non aveva di questi timori, fu uno dei primi a iscriversi nella lista di prenotazione. La notizia si sparse in un baleno. Come d’incanto, tutti vinsero la paura e andarono a iscriversi sul foglio dove si era prenotato Casello, per il volo che avrebbe trasportato i parla­mentari della Calabria e della Sicilia.
Effettivamente, il volo fu tormentato dal vento e dalla pioggia. Fulmini contorti illuminavano la notte, ma i viaggiatori apparivano tranquilli. Benedetto si stava facendo un tresette con i colleghi.
Mentre all’esterno imperversava la tempesta, all'interno del DC 9 militare c’era aria di festa.
Evidentemente, si riteneva di essere al riparo da ogni pericolo grazie alla quieta potenza di Benedetto che giocava a carte. Si scherzava, si rideva. Sembravamo un'allegra comitiva che partiva per una gita, per una spensierata vacanza.


6…  Il suo cruccio era di non riuscire eletto in prima battuta. Non essendo un notabile di rilievo, preferiva coltivare il suo elettorato in provincia di Caltanissetta con il soccorso di santa Madre chiesa e sfruttando i canali di un patronato sindacale di cui era dirigente.
Nelle campagne elettorali correva da solo. Gli altri candidati papabili si rifiutavano di averlo insieme nelle combinazioni delle preferenze.
L’on. Casello confidava soltanto sulle proprie forze, ma non riusciva a spuntarla contro le poderose (e ricche) macchine elettorali dei notabili concorrenti, dietro ai quali vi erano grandi correnti di “pensiero” ossia pacchetti rigonfi di preferenze raccattate per mezzo di “amicizie” più che chiacchierate e di stuoli di dirigenti di enti e uffici governativi.
Delle vere e proprie potenze elettorali con le quali egli non poteva competere. Usciva dal confronto sempre schiacciato, umiliato. Al mas­simo, riusciva a piazzarsi come primo dei non-eletti della lista. E da questa posizione iniziava la sua tenace, sorda battaglia per riemergere dal fango e conquistarsi un posto dignitoso a Montecitorio.
“Pazienza. Dove l’uomo non arriva, Dio provvede!”, questo soleva ri­petere ai suoi interlocutori che lo andavano a consolare dopo il risul­tato elettorale.
Con l’aiuto di Dio, Benedetto fece fuori nell’ordine: l’on. Festivo, po­tente ministro e capo corrente siciliano; l’on. Cattarella, altro grosso esponente del sistema di potere isolano e l’on. Colavolpe padrone e despota della Dc nissena.
Tre pezzi da novanta, morti improvvisamente. Il terzo, addirittura, un mese dopo la rielezione.

7…  Un giorno, in una saletta attigua al corridoio dei “passi per­duti”, mi appartai con Giacomino, deputato della corrente di Salvo Lina e unico rappresentante in parlamento della Dc nissena.
Egli sapeva, e vedeva, che ero uno dei pochi che parlavano con Bene­detto e pertanto voleva capire cosa frullasse nella sua mente traviata.
Era letteralmente terrorizzato. Temeva che “iddru” potesse essersi convinto che lui (Giacomino) gli avesse soffiato il posto di deputato della provincia. Il nome non lo pronunciò mai. Benedetto era “iddru” e tanto basta.
Voleva sapere da me se, per caso, “iddru” mi avesse confidato un pen­siero, un sospetto, un’inezia qualsiasi che lo riguardassero. Il poveretto desiderava accertarsi se quel iettatore, in qualche modo, ce l’avesse con lui.
Per tranquillizzarlo, ma non del tutto, gli raccontai di una lunga chiac­chierata che ebbi con Casello all’inizio della legislatura.
Lo incontrai nella sala stampa e gli dissi: “Binidì, temo che stavolta sarà difficile rivederti in Aula.”
Senza scomporsi e con dire serafico, come se volesse misurare le pa­role a una a una, così parlò:
“Vedi mio caro (il “mio caro” non mancava mai nel suo approccio), effettivamente non è facile, davanti ne ho quattro. Non era mai suc­cesso! Tuttavia, non dispero. Con la grazia di Dio, nostro signore On­nipotente, (volse gli occhi al tetto) e se la legislatura dura cinque anni come previsto, potrei anche farcela… Perché come recita il santo Van­gelo: Benedetto è colui che viene nel nome del Signore.”
“Minchia! Così ti disse?” - m’interruppe, sconvolto, Giacomino.
“Benedetto è colui che viene nel nome del Signore…” ripeté.
“Nel nome del Signore…”
Ebbe uno scatto d’ira: “Ma che minchia viene a fare qui ogni quindici giorni stu disgraziatu! Ci vuole spaventare, terrorizzare, farci morire prima del tempo. Ma perché non si resta a casa a godersi la pensione? Assassino…”
“Lui sostiene - ripresi io - che viene a vedere come stanno gli amici in salute…”
Un altro colpo di minchia di Giacomino rimbombò nella saletta. Si portò entrambi le mani ai genitali. Li afferrò stretti e non li volle mol­lare per più attimi. Li strinse a lungo. Per il tempo da lui ritenuto con­gruo per neutralizzare la micidiale scarica di fluido letale che il suo av­versario avrebbe potuto inviargli.

8…  D’altronde, il terrore, gli espedienti scaramantici erano comprensibili, giustificati.
Si era al quarto anno della legislatura ed erano già morti tre importanti notabili democristiani che ostacolavano la sua faticosa risalita: Vito Zicari, primo dei non eletti, ucciso nella sua Castelve­trano; poi era deceduto Giovanni Toia (altro pezzo da novanta) e ora Giovanni Fatta. Bastava un altro decesso e Benedetto sarebbe rientrato. Le condizioni di salute di alcuni superstiti di questa ecatombe lasciavano intravedere qualche spe­ranza. Anche a breve.
Tentai di volgere il discorso in tono scherzoso, ma non ci fu nulla da fare. Arnone aveva perso le staffe e si lasciò andare a una sfuriata nei confronti dell’ignaro Benedetto il quale, a suo dire, era “un cornuto, un uomo inutile che campa sulle sventure degli altri ca lu pani si l’hannu affannatu.”
Per tranquillizzare un poco Giacomino, gli riferii una frottola passabile ossia che Benedetto aveva messo gli occhi sopra due colleghi alquanto malfermi in salute o avanti negli anni: l’on. Ginesio gravemente infar­tuato e l’on. Della Loggia ottantatreenne.
La notizia un po’ lo rasserenò e lo fece riflettere sulla gravità delle ac­cuse prima lanciate. Forse, temendo che io potessi informarne Casello cambiò di tono. Fra il serio e il faceto, così mi disse: “Agustì, tu che sei amico di entrambi e, soprattutto, sei di un altro partito, diglielo a questo santo uomo che non ho nulla contro di lui, anzi che gli voglio bene come a un vero amico. Digli che sono rimasto tanto dispiaciuto per la sua mancata elezione. E non pensi che il posto glielo abbia sof­fiato io! La gran parte delle mie preferenze le ho raccolto a Girgenti e a Palermo grazie agli amici e a Salvo che per me si è svenato. A Calta­nissetta manco diecimila voti ho preso.
Ti prego, spiegagliele tu queste cose, perché se gliele dico io non sarò creduto. Può darsi che a te creda visto che sei fuori di questa terribile contesa.”
Lo assicurai che avrei riferito alla prima occasione utile.

9…  Puntuale, come la morte che portava in serbo, due settimane dopo, Benedetto si presentò a Montecitorio. Prendemmo un caffè alla buvette, sotto gli occhi di tanti colleghi, preoccupati e/o divertiti, e gli riferii le parole di stima e di amicizia profferite da Giacomino.
“Ora ci pensa il signorino! Quannu lu dannu è fattu. Troppo tardi. Mi hanno voluto umiliare. Sono stato il quarto dei non-eletti. Capisci? Il quarto! Una cosa inaudita, mortificante per un deputato uscente. No, no troppo comodo. Ormai, il “meccanismo” è in moto e nessuno può fermarlo. Nessuno. Nemmeno io. Unni arriva arriva.”
Gli chiesi cosa pensasse dell’improvvisa scomparsa dell’on. Fatta.
“Eh, caro mio cosa possiamo fare noi. U Signuri u vonsi e su chiamà. Questa é la prova che Dio esiste, vede, giudica e agisce. Glielo ripeto ai miei colleghi di par­tito. Ma loro non sono cristiani, sono miscredenti.”
Tenni per me la crudele risposta di Benedetto. Non informai Giaco­mino che sicuramente sarebbe precipitato nel più grave sconforto.
“Ah! Se avessimo dato ascolto a Semilia! A quest’ora non saremmo in queste ambasce”, ripeteva Arnone, di tanto in tanto.
L’on. Semilia, detto Lillo, deputato della medesima circoscrizione, a inizio della campagna elettorale, aveva proposto un “consorzio” fra deputati uscenti per impegnare duemila preferenze a testa da riversare a favore di Casello, per farlo risultare eletto in prima battuta.
In sostanza, con tale espediente, Semilia voleva prevenire la nefasta azione di chi per tre volte era risultato primo dei non eletti, con le ben note conseguenze sull’intera rappresentanza parlamentare della Sicilia occidentale.
Stranamente, alcuna morte si registrò fra gli eletti della Sicilia orien­tale. A Oriente, avevano tutti una salute di ferro oppure - come molti malignavano- non avevano un Benedetto alle calcagna.
La saggia proposta cadde nel vuoto. Nessuno si dichiarò contrario e nemmeno favorevole. Fu semplicemente ignorata. E ora Bene­detto, dal fondo della classifica, stava facendo una strage per recupe­rare la sua poltrona a Montecitorio.
Per la storia. La legislatura durò quattro anni, a causa dello sciogli­mento anticipato del parlamento.
Casello, quarto dei primi dei non-eletti, non ce la fece a rientrare per un pelo. Di conseguenza, non fu ricandidato nelle successive elezioni anticipate.
Nel mese di ottobre di quell’anno (1983), ossia quattro mesi dopo le nuove elezioni “politiche”, morì inaspettatamente l’on. Luigi Figlia, deputato dc da cinque legislature.
Non si seppe la causa specifica della sua morte inattesa. Si pensò a quella dura dieta che stava facendo, in una clinica svizzera, a base di te e di mele verdi. Una volta glielo dissi: “E per fare questa dieta che bi­sogno c’è di andare in Svizzera?”.
L’on. Figlia si mostrò soddisfatto dei risultati e proseguì la dieta.
Le solite malelingue sentenziarono che quella morte era dovuta all’effetto programmato, sulla lunghezza dei cinque anni, del meccanismo stritolatore attivato da Benedetto che nemmeno lo scioglimento anticipato delle Camere era riuscito a interrompere, a fermare.
Insomma, se la legislatura fosse durata cinque anni, l’on. Casello sarebbe rientrato in Parlamento.

(Pubblicato, in formato ridotto e con altro titolo, in “La Repubblica” del 24/5/2001)

P.S.
L’ultima sfida “mortale”- è il caso di dire- fra Benedetto e Giacomino si consumò sul finire delle loro esistenze, a Caltanissetta. Entrambi desideravano “accompagnare” il rivale all’ultima dimora. Vinse la sfida Giacomino, per tre mesi.

(*) inserito in: https://it.eurobuch.ch/libro/isbn/9788892326071.html