venerdì 18 maggio 2018

"LA FRATTURA", nuovo libro di Agostino Spataro

                                                   

(Copertina promozione Amazon)
                                  
                                               Dedicato ad Aldo Moro e a Enrico Berlinguer
                                

Introduzione

La frattura, le fratture

1...              L’Occidente ha raggiunto, e in certi settori superato, il proprio limite naturale di espansione economica e di benessere sociale. Per mantenere l’esorbitante livello di consumi ricorre a politiche di rapina e a conflitti devastanti. Il frequente ricorso all’intervento militare non è un elemento di forza ma di debolezza, poiché denota una mancanza di valide ragioni politiche per tutelare i suoi legittimi interessi, nazionali e globali.  Per questi e altri motivi, lo scontro non sarà più fra Est ed Ovest, fra Nord e Sud, ma fra Occidente e resto del mondo.                                                                Questo lavoro ha uno scopo prevalentemente archivistico, ma vuole essere anche una testimonianza del travaglio che stiamo vivendo in questa lunga e confusa fase di transizione dal vecchio al nuovo or­dine internazionale.
Una fase opaca generatrice d’incomprensioni, di fratture e che, perdu­rando, diventa sempre più pericolosa. Proverò a raccontarla partendo da alcuni miei scritti ed esperienze vissute direttamente sul “campo”.
Ovviamente, muovendo dal punto di vista di una sinistra dispersa ma diffusa la quale, nonostante il crollo del 1989, cerca la via per conti­nuare la sua missione storica e politica, a difesa della pace, dei diritti delle classi lavoratrici e, in generale, dei popoli che più subiscono le conseguenze delle politiche del neoliberismo dominante. Un compito arduo che implica una diversa lettura della crisi del mondo e, in primo luogo, il superamento del madornale equivoco (?) di scambiare l’attuale globalizzazione neo liberista per quella, di là da venire, pro­pugnata dalle teorie socialiste d’ispirazione marxista.
I leader della sinistra europea agiscono in modo irrazionale, emozio­nale come se fossero sotto effetto della “sindrome di Stoccolma” ossia affascinati dai loro vincitori e sopraffattori.
A ben vedere, il neoliberismo continua a favorire l’accentramento delle risorse e delle ricchezze nella mani di pochi e sta, via via, emargi­nando, escludendo dai benefici dello sviluppo la gran parte dei ceti medio/ bassi e delle classi lavoratrici tradizionali e di nuova forma­zione.
Ha messo in moto un meccanismo perverso, stritolatore che produce ingiustizie e privilegi scandalosi.
Così operando le oligarchie neoliberiste, accecate dal profitto, non si accorgono di favorire la nascita di un nuovo proletariato, soprattutto urbano, e di amplissime aree di miseria, d’inoccupazione, di emigra­zione ossia i prodromi della loro rovina.
Dentro tali spazi e contraddizioni deve agire la sinistra autentica, alter­nativa, europea e mondiale, con un programma serio di riforme per il cambiamento. Pertanto, è necessario abbandonare ogni ambiguità e/o condotta servile verso il potere oligarchico delle banche e delle multi­nazionali e ricercare un’intesa, un’alleanza politica e programmatica con le forze sociali escluse e/o penalizzate. Compresi i ceti medi, pro­duttivi e intellettuali, anche quando, per reazione, si rifugiano in forme, talvolta scomposte, di nazionalismo. Fughe, tendenze da non demo-nizzare a priori, ma da analiz­zare per coglierne la carica propositiva,  per capirne i disagi e riconoscerne le giuste ragioni e giungere, quando possibile, ad accordi politici e di governo. Oggi, un sano nazionalismo, uno schietto popolarismo, se effettivamente democratici, costituiscono un baluardo resistenziale da non sottovalutare.

2...              Gli orizzonti della sinistra devono essere locali e globali, assumendo come riferimenti i bisogni e i diritti dei lavoratori e le prospettive di questa nostra umanità confusa, travagliata da divari inquietanti e da ingiustizie intollerabili. In primo luogo, dalla crescita tumultuosa, e sottovalutata, della popolazione mondiale (più che triplicata negli ultimi 70 anni) e dallo scandaloso accentramento della risorse e della ricchezza nelle mani di ristretti gruppi di potere economico e finanziario.
Contraddizioni che rendono difficile la vita per miliardi di esseri umani e incerto il futuro della convivenza civile, pacifica sul Pianeta.
Il neoliberismo, vincitore assoluto dello scontro con lo statalismo so­vietico, si sta dimostrando incapace di governare i processi da esso stesso generati.
L’attuale globalizzazione non è la prima nella storia ((altre ve ne sono state) ed è caratte­rizzata dal confronto fra due entità genericamente intese: Occidente e Oriente.
Uno strano Occidente, a geometria variabile (Usa, Europa cui viene associato il Giappone ossia l’estremo Oriente) che assomma 1,2 mld di abitanti e si definisce, prevalentemente, in base al Pil, configurandosi come un aggregato economico, militare e culturale piuttosto omo-geneo, con vaste sacche di povertà al suo interno.
Un Oriente, anch’esso genericamente inteso, dominato dalla triade Cina, India e Russia (gruppo dei Brics), ancora disaggregato e in via di sviluppo, e segnato da forti squilibri sociali interni, ma dotato di una forte carica competitiva e progettuale e di un potenziale umano dav­vero soverchiante (6,2 mld) con tanta voglia di affrancarsi dalle tristi condizioni di vita e di lavoro.
L’Occidente ha raggiunto il limite ossia il massimo grado di benessere possibile. Oltre il quale tutto diventa spreco, edonismo insostenibile per l’umanità e per il Pianeta.
Da qui si originano le tante fratture fra i diversi “mondi” che, se non sanate, potranno provocare conseguenze disastrose.
Molti si chiedono: l’Occidente dovrà ancora crescere in termini di svi­luppo o dovrà fermarsi, decrescere?
Al momento, le risposte sono il produttivismo, l’espansionismo com­merciale, i conflitti e le guerre per accaparrarsi le risorse strategiche esterne. Una corsa sfrenata, che mette a rischio la pace mondiale e l’equilibrio naturale. Una corsa che sembra dettata dalla paura che, alla fine del ciclo, l’Occidente non sarà più il principale protagonista della storia.

3...              Salvare la Terra, il nostro habitat naturale! Questo dovrebbe essere il primo obiettivo condiviso e, se necessario, imposto. Noi, uo­mini e donne, figli della Terra che ci nutre e del Sole che ci scalda, do­vremo rivendicare con più forza un “governo mondiale”, proporzio­nalmente rappresentativo dei popoli dei 5 continenti e dotato di poteri idonei e vincolanti, capace di programmare e attuare politiche di salva­guardia della biodiversità e di uso razionale delle risorse naturali e di una loro equa dis-tribuzione sociale e territoriale.
E, soprattutto, per far fronte alla grave “emergenza” della crescita in­controllata della popolazione mondiale passata dai 2,3 miliardi (mdl) di persone del 1950 agli attuali 7, 4 mld, che saranno 9,7 mld nel 2050. (fonti: Onu e Census Bureau Usa).
A tali dati bisognerebbe aggiungere 1 mld (stima per difetto) di “ani­mali da compagnia” (cani, gatti, ecc) che in fatto di consumi alimentari e servizi assistenziali sono equiparati a quelli umani.
La questione demografica, tuttora ampiamente sottovalutata, costituis­ce una delle principali minacce per l’equilibrio ecologico del pianeta, per la pace e per la sopravvivenza dell’umanità.
Nello squilibrio demografico si annida, infatti, la frattura più perico-losa fra Occidente e resto del mondo.
Ogni mattina, in questo nostro Pianeta si svegliano 7, 4 mld di persone che devono essere nutrite, vestite, istruite, curate, trasportate, occupate, ecc. Un drammatico risveglio per molti che devono districarsi in un contesto di forte disparità: fra la gran massa degli esseri umani che stenta ad accedere ai consumi primari e una striminzita minoranza che, va oltre il bisogno, e consuma beni non necessari e/o di lusso che, per altro, assorbono ingenti quantità di ri­sorse che la Terra stenta a fornire.
Com’è noto, gran parte di tali consumi si registrano nei paesi occiden­tali, a più alto reddito e a bassa natalità. Un privilegio che facilmente diventa fonte di “attrazione” per imponenti correnti migratorie prove­nienti dal resto del mondo, dove circa la metà dei suoi abitanti vive sotto la soglia di povertà e deve accontentarsi di un reddito com­plessivo di 426 mld di $, equivalente alla ricchezza detenuta dagli 8 uomini più ricchi del mondo. (fonte: Oxfam, 2018)

4...              Insomma, un mondo di miseria e d’ingiustizie sociali in cui sta “crescendo” una “bomba demografica” di cui poco si parla e pochissi­mo si fa per contenerla, per governarla. per disinnescarla.
E dire che già agli inizi degli anni ’50, l’eclettico filosofo e Lord in­glese Bertrand Russel mise in allarme i governi e l’opinione pubblica sulle conseguenze che tale crescita avrebbe potuto determinare.
"Il pericolo di una mancanza di cibo a livello mondiale può essere evitato per un certo periodo con il miglioramento della tecniche agricole. Tuttavia, se la popolazione continua ad aumentare al ritmo attuale, tali miglioramenti non possono, a lungo andare, essere sufficienti. Si creeranno così due gruppi, uno povero con una popolazione crescente, l'altro ricco con una popolazione stazionaria. Una simile situazione non può che condurci verso una guerra mondiale. Attualmente, la popolazione del mondo sta crescendo di circa 58.000 unità al giorno. Fino ad oggi le guerre non hanno prodotto un effetto considerevole su questo aumento, che è continuato per tutto il periodo delle guerre mondiali ... Da questo punto di vista le guerre fino ad ora sono state una delusione ... ma, forse, la guerra batteriologica può dimostrarsi efficace. Se una Peste Nera potesse diffondersi in tutto il mondo una volta in ogni generazione, allora i sopravvissuti potreb-bero procreare liberamente senza rendere il mondo troppo affollato. La cosa potrebbe essere spiacevole, e allora?"  (B. Russell- “Impact of Science on Society”, 1951).
Non c’è che dire: un cinismo da lord inglese! In linea con un certo filone del “pensiero anglosas-sone” ancora infar­cito di arroganza e supponenza e supportato da idee e sodalizi che si rifanno alla visione imperiale della Gran Bretagna.
Sul finire della sua lunga vita, Russel cercò di far dimenticare questa stagione proponendosi come profeta di pace e addirittura di giudice delle nefandezze belliche creando il famoso “Tribunale Russel”, in coppia con il filosofo comunista J.P. Sartre.  Meglio tardi che mai!

5...              Nel periodo a cavallo fra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, tali preoccupazioni furono riproposte, ma con un approccio assai diverso, da un illustre manager italiano, Aurelio Peccei, fondatore del “Club di Roma” un sodalizio di grande prestigio internazionale che intra­prese, con successo, una serie di “studi sul futuro”.
(http://www.treccani.it/enciclopedia/aurelio-peccei)
Peccei, partigiano combattente e perseguitato, era “uomo della Fiat” e membro di vari club internazionali (fra cui la “Trilaterale dei Rocke­feller), tuttavia le sue idee fecero presa anche nell’ambito della sini­stra e del nascente ambientalismo italiano ed europeo.
Il suo libro “I limiti dello sviluppo” divenne per molti di noi un’opera di riferimento. Ciò anche a dimostrazione che di fronte a idee buone e giuste cadono i pregiudizi e gli steccati ideologici.
Alla base c’erano dati statistici, proiezioni attendibili, ipotesi di prog­rammi innovativi, nel rispetto della dignità umana e della vita del Pianeta. C’era, soprattutto, un ragionamento logico, ispirato da un umanitarismo razionale, che metteva sull’avviso i “decisori” e le opi­nioni pubbliche sui pericoli che l’umanità stava correndo a causa del superamento dei limiti naturali dello sviluppo.
Peccei vendette decine di milioni di copie di quel libro, ma dopo la sua precoce morte sarà dimenticato da tutti: dai potenti della Terra e dai tanti suoi seguaci ambientalisti. Semplicemente rimosso!
Probabilmente, i suoi studi, i suoi libri furono considerati ostativi di un certo di tipo di sviluppo, che dilagò dopo ’89 e di cui si stanno scontando le conseguenze.
Succede, specie alla gente onesta intellettualmente, ai veri filantropi. Figure sempre più rare nel panorama internazionale.
Nemmeno certa “sinistra” si ricorda di questo autentico filantropo ita­liano, avendo preferito “adottare” quale novello “benefattore dell’umanità” George Soros, un finanziere d’assalto, il quale, dopo avere inflitto colpi durissimi alle finanze e alle economie di tanti Paesi (Italia com­presa), vorrebbe salvarli con la sua “carità pelosa”, con finanziamenti ad ambigui personaggi, organismi e movimenti che si ritrovano in molte situazioni di crisi e/o che sono essi stessi fattori di crisi.

6...              Purtroppo, la realtà attuale conferma le previsioni di Russel e di Peccei. Il Pianeta sembra avviato verso una terrificante prospettiva: aumentano l’inquinamento dei mari, del cielo e della Terra, la produ­zione e la diffusione di armi di distruzione di massa (specie chimiche e batteriologiche) e- come detto- le disparità sociali.
Quando ricchezza e povertà crescono insieme non c’è da stare allegri!.
È in atto un attacco durissimo allo stato sociale, ai bilanci della sanità, della scuola pubblica, delle pensioni e alle politiche di assistenza in genere. Invece d'includere si escludono masse crescenti d’inoccupati, di neo-poveri, d’indigenti… tutta “carne da macello” destinata alla di­sperazione, alla malavita, all’emigrazione.
Tutto ciò è assurdo. Non si sa che cosa pensare.
Come se al vertice del potere mondiale si fosse insediata una perfida genìa, una sorta di “governo profondo” detentore di un potere immenso (finanziario, commerciale, tecnologico, mediatico, politico), ai più in­cognito ed esercitato al di fuori di ogni controllo democratico, che agi­sce in nome del neo-liberismo trionfante.
In realtà, si tratta di una degenerazione evidente del capitalismo pro­duttore, di un’oligarchia che vuole irreggimentare l’umanità dopo averla deprivata dei suoi beni e diritti.
Per realizzare tali obiettivi ricorre alla guerra, alla corruzione, al terro­rismo, alla divisione fra i popoli, delle società nazionali; ripudia la pace e la solidarietà fra gli uomini e l’armonia fra essi e la Natura.
Vivere, sopravvivere sono divenuti fattori negativi.
Le grandi istituzioni finanziarie internazionali (Fmi, Banca mondiale), le agenzie di rating, ispiratrici di tali politiche, hanno indicato, a chiare lettere, l'innalzamento della vita media delle persone fra le cause della crisi attuale.
Per lor signori, oggi, si vive troppo a lungo. Anche il diritto alla vita umana si assottiglia. L'aumento delle speranze di vita non è salutato come un progresso sociale, ma visto come una remora per lo sviluppo.
Sviluppo? Semmai crescita continua, senza limiti, volumetrica e senza qualità, imposta dalle multinazionali che stanno impoverendo le masse popolari e avvelenando la Terra, gli oceani, la biosfera.
Questo non è sviluppo, ma solo disumano cinismo di “grandi vecchi” asserragliati al comando della finanza e dell’economia che genera odio e nuove fratture. Che altro dire?
Quando si auspica la morte delle persone (domani si potrà anche pro­curare) per "recuperare" quote di spesa sociale da destinare all’accumulazione e alla speculazione private, vuol dire porsi al di fuori di qualsiasi concezione umana ed economica razionale, anche moderata e classista, per entrare in una visione “liberal - nazista” del governo delle società.

7...              La parola d’ordine è produrre e consumare. Soprattutto beni di lusso e nuovi, terrificanti sistemi d’arma, per alimentare vecchi conflitti e scatenarne di nuovi, per impinguare il lucroso mercato delle armi, l’unico che non conosce crisi, insieme a quello delle droghe. 
Armi e droghe: il binomio “vincente”.
I sedicenti “potenti della Terra” hanno bisogno della guerra come dell’aria per respirare!
Tali politiche hanno creato la più grande frattura sociale e morale, una disarticolazione degli equilibri sociali e rafforzato i nuovi assetti dei poteri globali che dominano il mondo.
Altre fratture sono in atto in varie parti del pianeta (anche all’interno dei paesi più ricchi) fra l’Occi-dente, oggi unificato sotto le insegne di un neo-liberismo aggressivo e impenitente, e talune grandi aree geopo­litiche povere e/o in via di sviluppo quali: America latina, Africa, Asia del sud-est, ecc.
Particolarmente preoccupante appare la frattura provocata nell’area mediorientale e del Mediterraneo (regione Mena), dove convergono le propaggini di tre continenti (Africa, Asia ed Europa) che hanno dato vita a culture diverse e feconde, a storie e a civiltà grandiose.
Vale la pena concentrare l’attenzione su tale frattura perché è la più grave e, a noi, più vicina, dove le guerre, i terrorismi rendono difficili le condizioni di vita e di lavoro delle popolazioni civili, vittime di ec­cidi e di malattie, e pertanto indotte alla fuga, all’esodo, a centinaia di milioni tra profughi e migranti.
Ormai da svariati decenni non c’è pace per i popoli del Mediterraneo e del vicino Oriente!
Gli arabi hanno diritto alla pace, al progresso, alla democrazia, alla lai­cità, alla libertà. E in primo luogo il popolo martire di Palestina. In ciò si dovrà sostanziare la solidarietà della comunità internazionale. Biso­gna cambiare l’approccio ai problemi di quest’area fondamentale del mondo, dove per altro sono “immerse” l’Italia e parte dell’Europa, e lavorare per capovolgere la prospettiva politica: dal conflitto alla coo­perazione. Si può fare.
A condizione di liberare il campo da ogni ingerenza esterna e di riav­viare il dialogo fra i popoli e gli Stati della regione. Arabi, europei, africani insieme per risolvere la “questione”, all’insegna della interdi­pendenza economica, non autarchica, mediante un fecondo dialogo di pace mirato a conseguire un progresso diffuso e condiviso e creare un nuovo polo dello sviluppo mondiale. Spostando verso Sud l’asse dello sviluppo europeo, verso il Mediterraneo che deve ridiventare, nella le­galità, un’area di benessere condiviso, un mare di pace, di solidarietà, di scambi economici e di risorse naturali e tecnologiche. Fulcro di una nuova civiltà multietnica e multiculturale, laica e democratica.
Questa è la sfida del secolo, il punto politico dirimente purtroppo osteggiato dalle vecchie e dalle nuove superpotenze!


Agostino Spataro alla presentazione di un suo libro a Città del Messico, Nov. 2016.



INDICE

PRIMA PARTE 
                                                                           
Introduzione- La frattura, le fratture                                                      pag. 1
Cap. I - Medio Oriente: la frattura più grande                                      pag. 19
Cap. II - Palestinesi: lo Stato negato                                                        pag. 83
Cap. III- Importare il “terzo mondo nel “primo”                                 pag. 119
Cap. V- Corruzione e terrore: i due pilastri del potere globale            pag. 139
Cap. V- Euro-Russia: terzo polo dello sviluppo mondiale                    pag. 179                                Cap. VI- Italia in “svendita”?                                                                  pag.203
Cap. VII- L’Est europeo nella UE: integrazione o annessione?            pag.243
Cap. VIII- America del Sud: la via giudiziaria al neoliberismo?         pag. 265

SECONDA PARTE                                                                                    

Relazioni                                                                                                    pag. 295
“Escenarios actuales de los gobiernos progresistas en America Latina. Fin de ciclo?
Coloquio internacional, Puebla (Messico)
- “Il Mediterraneo e l’Europa orientale”-  Seminario Università Szeged (Ungheria)
- “Il processo di mondializzazione dell’economia” - Conferenza CIES, Caltanissetta.
- “Arabi ed europei verso una comunità mediterranea” - Università euro-araba, Gardaia (Algeria)
- “L’alleanza per il progresso del Mediterraneo”- 13th Meeting of the new european left forum” , Atene,.

Dossier di documentazione                                                                      pag. 347
- La questione Palestinese e l’Italia
- Immigrazione: accoglienza nella legalità
- Comiso: una battaglia vinta

(In copertina: marines Usa all’assalto della Ziqqurat di Ur durante l’aggressione all’Iraq. Il monumento, eretto intorno al 2000 a.C, era uno fra i più importanti della civiltà sumera. Consacrato al Dio Luna, simboleggiava l’unione cosmica tra Terra e Cielo, tra uomini e dei. (Foto da Google.)

Informazione del libro

ISBN : 9788892344754
Anno pubblicazione : 2018 - Formato : 15x23
Foliazione : 408 pagine- prezzo: euro 23,50

In vendita presso: Feltrinelli, Amazon, Ibs, MioLibro, Libreria universitaria, ecc.


mercoledì 16 maggio 2018

Massacri in Palestina: LA SPADA D'ISRAELE : l'urlo di Gideon Levy contro la strage del silenzio.


Una manifestazione palestinese al confine tra Israele e la Striscia di Gaza, il 14 maggio 2018.

La spada di Israele

Sono giorni di grandi successi per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, per la destra e per i nazionalisti. Questi sono giorni di vittoria per il loro percorso, quello della forza, e della loro fede, quella negli eletti che possono fare tutto ciò che vogliono.
L’Iran è stato pubblicamente umiliato, i palestinesi sono stati schiacciati e il 14 maggio sono stati calpestati in pompa magna e con tanto di cerimoniale mentre l’ambasciata statunitense veniva aperta a Gerusalemme. Gaza è assediata e Israele festeggia. Il 14 maggio, giorno del trasferimento dell’ambasciata, molti innocenti sono stati uccisi a Gaza e in Cisgiordania; il giorno dopo, memoria della nakba, la catastrofe palestinese, molti altri moriranno.
Ecco un breve riassunto della vittoria israeliana: cumuli di corpi palestinesi, dei quali il mondo ha smesso di interessarsi, un assedio a Gaza che non importa a nessuno, le basi iraniane bombardate senza alcuna reazione, l’Iran sotto sanzioni e un’ambasciata statunitense a Gerusalemme che è un regalo per l’occupante e uno schiaffo in faccia agli occupati. Ci sono buone ragioni per le gioiose grida di vittoria in Israele.
Profezie a vuoto
Prima i coloni hanno vinto e deciso il destino dello stato e del governo; poi il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha vinto e ha concesso a Israele il permesso di fare qualsiasi cosa volesse; e ora Netanyahu è stato dichiarato il grande vincitore. Questi sono i giorni della vittoria della sua dottrina e del suo Israele.
Dovremmo ammetterlo. Le profezie di sventura – che un giorno tutto questo ci esploderà in faccia; gli ammonimenti sul fatto che l’occupazione non durerà per sempre; e gli avvertimenti che Israele non può vivere solo con la sua spada e che l’Iran è molto pericoloso – finora hanno dimostrato di essere false. Niente è esploso, la vita con la spada in mano ha dato i suoi frutti, la fine dell’occupazione è sempre più lontana e la stessa cosa per il governo di destra.
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Questa previsione deprimente è la più ottimistica. L’alternativa è la guerra con l’Iran, Hezbollah e Hamas e chissà chi altro. È così quando non ci sono alternative, idee e leadership. Sparare ai manifestanti a Gaza e assedio perpetuo? Tutti d’accordo. Annullare l’accordo con l’Iran e bombardare in Siria? Tutti applaudono. E quasi tutti festeggiano il trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme. Oggi gli Stati Uniti dicono ai palestinesi che non gli importa più del loro destino, che ai loro occhi non hanno diritti, che la soluzione dei due stati è morta. All’Iran, Washington ha detto: Netanyahu aveva ragione. L’accordo è pessimo e dovrebbe essere abolito. Due regali gratis per Israele.
Sono risultati terribili. Dimostrano a Israele che la forza paga, che non c’è bisogno di considerare l’altro, che qui il diritto internazionale non si applica. Il 13 maggio Israele ha celebrato il giorno in cui Gerusalemme Est è stata conquistata e il 14 maggio celebrerà la sua continuazione. Due parate si svolgeranno l’una dopo l’altra, la prima israeliana e la seconda statunitense, e sono entrambe arroganti e aggressive. Spostare l’ambasciata schiacciando ciò che resta della dignità dei palestinesi è un chiaro segnale degli Stati Uniti per Israele: continuate a uccidere, a schiacciare e ignorare i loro diritti. L’America non solo permette, arma e finanzia tutto questo, ma perfino lo incoraggia.
Lo spostamento dell’ambasciata è un motivo di festa solo per la destra. Tutti gli altri, una minoranza trascurabile, dovrebbero piangere questo passo unilaterale. Lo stesso vale per i bombardamenti in Siria, che un tweet ha definito con entusiasmo un “concerto”. Una linea diretta collega la mossa dell’ambasciata, l’uscita dall’accordo con l’Iran e gli attentati in Siria: prima Israele. Solo Israele.
L’ARTICOLO CONTINUA DOPO LA PUBBLICITÀ
E qual è l’alternativa? Non è stata nemmeno discussa. Invece di aprire un’ambasciata statunitense a Gerusalemme, che è in parte occupata, si potrebbero stabilire due ambasciate nella città. Invece di massacrare i manifestanti a Gaza, si potrebbe rispondere ai segnali di Hamas e raggiungere un accordo per rimuovere il blocco; invece di abbandonare l’accordo con l’Iran, si potrebbe mantenerlo con l’incoraggiamento di Israele; e invece di bombardare le basi iraniane, si potrebbe cercare di dialogare con l’Iran, direttamente o indirettamente. Non è così eccitante come bombardare né come esibire un mucchio di fascicoli sull’Iran. Ma queste potevano essere le vere vittorie di Israele.
(Traduzione di Stefania Mascetti)
Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano israeliano Haaretz.
https://www.internazionale.it/opinione/gideon-levy/2018/05/14/israele-gaza-scontri-ambasciata